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Tag: Bella Livorno: cultura a domicilio

Giovambattista Bracelli, un precursore del surrealismo nella Livorno del Seicento

Alfabeto Figurato Braccielli

— Fede­ri­ca Falchini —

I seco­li più splen­den­ti per la cit­tà di Livor­no, è noto, sono il Sei­cen­to e il Set­te­cen­to. In quei seco­li la cit­tà non smet­te di bril­la­re sot­to la poten­za del por­to e del­le sue eso­ti­che e pre­zio­se mer­ci insie­me alle qua­li arri­va­no in cit­tà popo­li pro­ve­nien­ti da ogni ango­lo del Medi­ter­ra­neo che arric­chi­sco­no la sua gio­va­ne avven­tu­ra di cen­tro portuale. 
Pro­prio nei pri­mi anni del Sei­cen­to anche tan­ti arti­sti capi­ta­no a Livor­no per lo più inci­so­ri, attrat­ti dal­la com­mit­ten­ze ric­che e poten­ti di amba­scia­to­ri o prin­ci­pi che richie­do­no vedu­te del por­to e poi più tar­di nel Set­te­cen­to, fan­ta­sti­che quan­to irrea­li, vedu­te del quar­tie­re del­la Nuo­va Vene­zia. Le inci­sio­ni del fran­ce­se Jac­ques Cal­lot e del suo emu­lo Ste­fa­no Del­la Bel­la sono quel­le più cono­sciu­te e apprez­za­te oltre i con­fi­ni toscani. 
Arri­va nel­la nostra cit­tà anche un arti­sta fio­ren­ti­no, Gio­van­bat­ti­sta Bra­cel­li, inci­so­re e pit­to­re, il cui lavo­ro for­se più noto è il sof­fit­to del­la Gal­le­ria di Casa Buo­nar­ro­ti a Firen­ze. Sap­pia­mo anco­ra oggi pochis­si­mo del­la sua vita e del­la sua arte, ma ci basta quel poco, per defi­nir­lo un genio del suo tem­po, o se voglia­mo, addi­rit­tu­ra un pre­cur­so­re del sur­rea­li­smo, cubi­smo e Dadai­smo insie­me. Una sor­ta di pro­di­gio. Dimen­ti­ca­to per seco­li dal­la cri­ti­ca arti­sti­ca dal­la sua mor­te in poi, acca­de che nel 1963 Tri­stan Tza­ra, mem­bro fon­da­to­re insie­me ad altri del Dadai­smo nel Cafè Vol­tai­re di Zuri­go, pub­bli­ca un fac-simi­le di un suo album di inci­sio­ni, stam­pa­to a Livor­no nel 1624 e dedi­ca­to a Pie­tro de’ Medici. 
L’at­ten­zio­ne che Tza­ra rivol­ge a Bra­cel­li è signi­fi­ca­ti­va e pun­tua­le, por­tan­do­ci ad ammet­te­re quan­to sia cal­zan­te il riman­do del­l’ar­te di Bra­cel­li con le avan­guar­die che sta­va­no scon­vol­gen­do il mon­do del­l’ar­te europea.
La pre­zio­sa pub­bli­ca­zio­ne s’in­ti­to­la Biz­zar­rie di varie figu­re ed è a dir poco rara, ne esi­sto­no pochis­si­mi esem­pla­ri, oltre che igno­ra­ta dal­la cri­ti­ca uffi­cia­le, fat­ta ecce­zio­ne per uno stu­dio del 1929 del cri­ti­co d’ar­te Ken­neth Clark. Si trat­ta di 50 inci­sio­ni rac­col­te insie­me, ognu­na del­le qua­li mostra due figu­re uma­noi­di che si ‘affron­ta­no’ in una sor­ta di duel­lo dan­zan­te, o in una bre­ve scher­ma­glia teatrale. 
L’i­co­no­gra­fia del duel­lo scher­zo­so pro­vie­ne in que­sti anni dal­la Com­me­dia del­l’Ar­te e si ritro­va anche in alcu­ne com­po­si­zio­ni di Cal­lot, ma è la fat­tu­ra dei per­so­nag­gi che tra­va­li­ca ogni aggan­cio sicu­ro con l’ar­te del tem­po. Sono uma­noi­di, o comun­que figu­re pseu­do uma­ne sche­le­tri­che robo­ti­che fat­te di cubi, fiam­me, cate­ne, gan­ci e per­fi­no uten­si­li da cuci­na. Uno scher­zo, un capric­cio sei­cen­te­sco ma del tut­to ori­gi­na­le per­ché le figu­re di Bra­cel­li sono vera­men­te tan­te quan­to è gran­de la sua fan­ta­sia. Uni­ca­men­te Luca Cam­ba­sio ave­va dipin­to due figu­re ‘cubi­ste’ ma si era fer­ma­to lì e ad oggi ha una fama esa­ge­ra­ta­men­te supe­rio­re a Bra­cel­li. Un arti­sta la cui fan­ta­sia si può lega­re all’ar­te del Sei­cen­to, come lo solo le stra­ne com­po­si­zio­ni di Arcim­bol­do che mai però conob­be, e in gra­do di vola­re attra­ver­so seco­li, sot­ter­ra­neo e silen­te, per ricom­pa­ri­re nel­le astra­zio­ni e figu­re del­l’ar­te nove­cen­te­sca più tra­sgres­si­va e innovativa.

Bizzarie di Varie Figure (1624)
Biz­za­rie di Varie Figu­re (1624)

Teatri storici a Livorno

Teatro Goldoni

— Danie­la Vianelli —

Livor­no è una cit­tà che può van­ta­re un pas­sa­to e un’interessante sto­ria lega­ta al teatro.
ll pri­mo tea­tro fu il San Seba­stia­no, o del­le Com­me­die, rea­liz­za­to alla metà del XVII seco­lo, tra­sfor­man­do poco più che uno stan­zo­ne in una cavea con tan­to di pal­chet­ti sud­di­vi­si in 4 ordi­ni bas­si ed angu­sti. Un pri­mo spa­zio sce­ni­co dun­que, ubi­ca­to nel­le imme­dia­te vici­nan­ze di por­ta Colon­nel­la, all’imboccatura del por­to su pro­get­to del capo­ma­stro Raf­fel­lo Tenagli.
Pochi anni più tar­di ven­ne aper­to, nel­la zona del­la Vene­zia, un nuo­vo tea­tro det­to dap­pri­ma degli Arme­ni, per la vici­nan­za del­la chie­sa omo­ni­ma, poi degli Avva­lo­ra­ti, dall’Accademia che ne assun­se la gestio­ne. Inau­gu­ra­to nel 1782 fu costrui­to per ini­zia­ti­va dell’imprenditore Gae­ta­no Bic­chie­rai. Il nuo­vo luo­go di spet­ta­co­lo, rispon­den­te alle esi­gen­ze sce­ni­che e di rap­pre­sen­tan­za del­la clas­se bor­ghe­se, pote­va van­ta­re una sala con cin­que ordi­ni di pal­chi, men­tre all’esterno, la fac­cia­ta in rilie­vo evi­den­zia­va in modo ele­gan­te, la pre­sen­za in cit­tà di un vero e pro­prio tea­tro, tem­pio lai­co del­la bor­ghe­sia al pote­re. Nono­stan­te le buo­ne inten­zio­ni l’Avvalorati, dal­la secon­da metà dell’Ottocento, decad­de pro­gres­si­va­men­te, insie­me al deca­de­re del quar­tie­re del­la Vene­zia. Stes­sa tri­ste sor­te fu riser­va­ta all’altro bel tea­tro rea­liz­za­to poco lon­ta­no dagli Avva­lo­ra­ti, ovve­ro il Tea­tro dei Flo­ri­di, sem­pre dal nome dell’Accademia omo­ni­ma, det­to poi comu­ne­men­te San Mar­co, inau­gu­ra­to nel 1806 nell’area risul­tan­te dal­la lot­tiz­za­zio­ne del Rivel­li­no di San Mar­co. Con i suoi 136 pal­chi rigo­ro­sa­men­te sud­di­vi­si in cin­que ordi­ni, era uno dei più gran­di e armo­ni­ci d’Italia.
Le vicen­de del tea­tro ebbe­ro alti e bas­si; dopo un avvio inten­so, con spet­ta­co­li di prim’ordine, il San Mar­co conob­be vari momen­ti di abban­do­no ciò comun­que non impe­dì che nel 1921 la sua sala ospi­tas­se il pri­mo con­gres­so del Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no, subi­to dopo la sto­ri­ca scis­sio­ne del Par­ti­to Socia­li­sta pres­so il tea­tro Goldoni. 
Un nuo­vo tea­tro, il Ros­si­ni, nel­la via dei Ful­gi­di, nome dell’Accademia che acqui­stò l’edificio e si occu­pò quin­di del­la vita del­la sua atti­vi­tà, fu inau­gu­ra­to nel 1842. Pro­get­ta­to da Inno­cen­zo Gra­gna­ni, si carat­te­riz­zò sem­pre per la sua par­ti­co­la­re ele­gan­za, sia nel pro­spet­to che nel­le deco­ra­zio­ni inter­ne e nell’articolazione degli spa­zi e nell’arredo. Si trat­ta­va di un tea­tro di mode­ste dimen­sio­ni, con 130 pal­chet­ti distri­bui­ti in cin­que ordi­ni, che comun­que ebbe una ric­ca pro­gram­ma­zio­ne spettacolare. 
L’unico gran­de tea­tro otto­cen­te­sco che si è, pos­sia­mo dire, mira­co­lo­sa­men­te sal­va­to dal­la guer­ra è il Tea­tro Gol­do­ni inau­gu­ra­to nel 1847 su pro­get­to dell’architetto Giu­sep­pe Cap­pel­li­ni, su man­da­to dei fra­tel­li Capo­ra­li. Il tea­tro, diur­no e not­tur­no, a somi­glian­za di quel­li di Vene­zia e Trie­ste, era tra i più bel­li e gran­dio­si d’Italia. All’interno era sta­ta rica­va­ta una vasta sala desti­na­ta all’accademia Filar­mo­ni­ca, poi deno­mi­na­ta comu­ne­men­te Gol­do­net­ta, dove pote­va­no esse­re rea­liz­za­te del­le rap­pre­sen­ta­zio­ni per un ristret­to nume­ro di spettatori. 
Se il Ros­si­ni e il Gol­do­ni nell’Ottocento era­no sta­ti con­ce­pi­ti come tea­tri salot­to, un altro obiet­ti­vo era senz’altro alla base del pro­get­to di un nuo­vo tea­tro costrui­to a Livor­no nel­la secon­da metà del seco­lo: il Poli­tea­ma. Aper­to nel 1878, l’edificio si pre­sen­ta­va in toni mode­sti anche se non fu mode­sta la sua atti­vi­tà: infat­ti, in ono­re all’etimo esat­to del suo nome, “mol­ti spet­ta­co­li”, il Poli­tea­ma ospi­tò un gran­dis­si­mo nume­ro di per­for­man­ce. La sua strut­tu­ra, con un’intelaiatura di fer­ro, era sta­ta con­ce­pi­ta pro­prio per poter acco­glie­re spet­ta­co­li di ogni gene­re: pro­sa, liri­ca, ma anche spet­ta­co­li cir­cen­si, per­met­ten­do anche l’esibizione di acro­ba­ti, attra­ver­so un com­pli­ca­to siste­ma di tra­bea­zio­ne aerea, con tiran­ti. Per com­ple­ta­re la ras­se­gna dei luo­ghi di spet­ta­co­lo del­la cit­tà non pos­sia­mo tra­scu­ra­re le are­ne, ovve­ro i tea­tri diur­ni, anch’essi come il Poli­tea­ma, di stam­po popo­la­re, ma mol­to fre­quen­ta­te dal­la cit­ta­di­nan­za, luo­ghi di spet­ta­co­lo vita­li e dina­mi­ci. Una pri­ma are­na, l’Are­na Labro­ni­ca, fu rea­liz­za­ta lun­go i fos­si, nel­la zona attual­men­te occu­pa­ta dal Mer­ca­to Cen­tra­le, ad ope­ra di due impren­di­to­ri, Giu­sep­pe Bal­za­no e Ale­san­do Baga­gli, che dopo aver­la ven­du­ta nel 1838 ne costrui­ro­no una secon­da, tra via Mon­ta­na­ra e via Cur­ta­to­ne, deno­mi­na­ta Tea­tro degli Acque­dot­ti, poi Are­na Alfie­ri, in un’area più decen­tra­ta, lun­go il via­le dei Con­dot­ti Nuo­vi, attua­le via­le Carducci. 
Nel 1863 fu inau­gu­ra­ta l’Arena Gari­bal­di, in via degli Asi­li, simi­le per strut­tu­ra a quel­la di via­le degli Acque­dot­ti. Lo spet­ta­co­lo di aper­tu­ra fu rea­liz­za­to dal­la com­pa­gnia di Erne­sto Ros­si. Un ini­zio che pote­va far ben spe­ra­re ma che inve­ce non fu di buon auspi­cio, tan­to che ben pre­sto il tea­tro ven­ne abban­do­na­to, for­se, come dice il Piom­ban­ti, per la posi­zio­ne non mol­to felice.
Appa­re dun­que evi­den­te che il cli­ma del­la cit­tà era deci­sa­men­te favo­re­vo­le agli spet­ta­co­li; il mol­ti­pli­car­si di spa­zi dedi­ca­ti al tea­tro e la ric­ca offer­ta di pro­gram­ma­zio­ni dimo­stra quan­to la piaz­za livor­ne­se fos­se uno dei luo­ghi di eccel­len­za di que­sta arte, una tap­pa d’obbligo del­le più impor­tan­ti compagnie.

Il teatro Goldoni di Livorno, sede del XVII congresso del Partito socialista
Il tea­tro Gol­do­ni di Livor­no, sede del XVII con­gres­so del Par­ti­to socialista

Un incontro particolare: Livorno e l’opera del futurista Francesco Cangiullo

Cangiullo "Anacronismo"

— Giae­le Mulinari —

Scrit­to­re, poe­ta, com­me­dio­gra­fo, musi­ci­sta e pit­to­re di ori­gi­ne par­te­no­pea, cono­sciu­to soprat­tut­to per la sua atti­va par­te­ci­pa­zio­ne al Futu­ri­smo e alla reda­zio­ne dei Mani­fe­sti, ini­zia a 14 anni a com­por­re i pri­mi ver­si, novel­le, roman­zi, a musi­ca­re can­zo­ni nel più auten­ti­co sti­le napo­le­ta­no, suo­na­re il pia­no­for­te, dipin­ge­re e scol­pi­re. All’i­ni­zio del nove­cen­to nel fasci­co­lo di spar­ti­ti Pie­di­grot­ta Can­giul­lo l’autore dimo­stra la sua pro­pen­sa e qua­li­fi­ca­ta incli­na­zio­ne musi­ca­le tan­to da far­ne uti­liz­za­re sei bat­tu­te a Stra­win­sky nel­la famo­sa ope­ra Pul­ci­nel­la; nel 1912 la ste­su­ra del­le pri­me Tavo­le paro­li­be­re da leg­ge­re e da vede­re, sigla il soda­li­zio con Mari­net­ti e segna l’i­ni­zio di una nuo­va ricer­ca for­ma­le fat­ta di inven­zio­ne libe­ra e dis­sa­cra­to­ria; nel 1922 la pub­bli­ca­zio­ne de Il Tea­tro del­la Sor­pre­sa abbat­te miti e tra­di­zio­ni, scon­vol­gen­do il pub­bli­co con una scrit­tu­ra sce­ni­ca asso­lu­ta­men­te nuo­va, com­po­sta da intrec­ci e figu­ra­zio­ni inaspettate.
I 4 cara­bi­nie­riCaval­lo in cor­sa sono le ope­re di que­sti anni: da una par­te lo svi­lup­po del cal­li­gram­ma che tra­sfor­ma let­te­re e nume­ri in “pura mimi­ca gra­fi­ca”, dall’altro la col­la­bo­ra­zio­ne con Boc­cio­ni con il qua­le inter­pre­ta la ricer­ca del dina­mi­smo attra­ver­so pen­nel­la­te for­ti, mar­ca­te, in gra­do di espri­me­re il rit­mo dell’immagine. Poi nel 1924 l’al­lon­ta­na­men­to dal­l’a­van­guar­dia e il con­se­guen­te pas­so indietro.
Seb­be­ne Can­giul­lo tor­ne­rà a sten­de­re scrit­ti sul Futu­ri­smo, il ricor­do del pas­sa­to diven­ta infat­ti una costan­te sem­pre più pre­sen­te nei nuo­vi lavo­ri pit­to­ri­ci imbe­vu­ti di tra­di­zio­ne e sen­ti­men­ta­li­smo, aspet­ti per i qua­li l’ar­ti­sta ver­rà accu­sa­to di pas­sa­ti­smo e mer­can­ti­li­smo artistico.
D’al­tra par­te, il for­te lega­me con la sua cit­tà nata­le e l’at­tac­ca­men­to ai colo­ri e alla gen­te del luo­go riman­go­no per il pit­to­re il pun­to di rife­ri­men­to più impor­tan­te a cui anco­rar­si per­ché, pur viven­do con armo­nia il tem­po del­la spe­ri­men­ta­zio­ne, Can­giul­lo non riu­scì mai e in nes­sun modo ad “ucci­de­re il chia­ro di luna” pro­fes­sa­to dal Futu­ri­smo. E’ que­sto che lo fa tor­na­re pit­to­re figu­ra­ti­vo e che lo indu­ce a rac­con­ta­re il quo­ti­dia­no con un costan­te tra­spor­to di fondo.
E sarà que­sto che gli farà ama­re come Napo­li la somi­glian­te Livor­no, cit­tà nel­la qua­le vis­se l’ul­ti­mo ven­ten­nio del­la sua vita e che sen­tì da subi­to come “una ter­ra ami­ca, pron­ta all’af­fet­to, aper­ta­men­te mari­na­ra, di com­po­sto silen­zio in alcu­ne zone e di som­mes­so vocia­re in altre, esu­be­ran­te e gene­ro­sa”. Il popo­lo spon­ta­neo che l’ar­ti­sta incon­trò al suo arri­vo e soprat­tut­to l’a­mi­ci­zia con Mena Joi­mo ed Ezio Tras­si­nel­li, indus­se­ro Can­giul­lo a sta­bi­lir­si a Livor­no nei pri­mi anni ses­san­ta dove, pur sere­na­men­te inse­ri­to, vis­se una vita appar­ta­ta e non pri­va di dif­fi­col­tà. Stre­ga­to da “que­sta ter­ra di sole e di ven­to”, dai colo­ri del cie­lo e natu­ral­men­te dal mare che ammi­rò, descris­se e dipin­se con lo stes­so affet­to di quel­lo par­te­no­peo, espres­se in que­sti anni il ritor­no al figu­ra­ti­vo in esem­pi di natu­re mor­te, vedu­te di quar­tie­re, pae­sag­gi e marine. 
Anche con l’e­di­to­re Gino Bel­for­te, Can­giul­lo ebbe una pro­fon­da sin­to­nia. Cono­sciu­to nel­la libre­ria di Via Gran­de, dove veni­va­no orga­niz­za­ti inte­res­san­ti con­ve­gni ed incon­tri con gli auto­ri, con­di­vi­se con lui appas­sio­na­ti con­fron­ti cul­tu­ra­li che por­ta­ro­no nel 1968 alla pub­bli­ca­zio­ne di F. T. Mari­net­ti + [F.] Can­giul­lo = Tea­tro del­la Sor­pre­sa, in cui i biz­zar­ri con­te­nu­ti del mani­fe­sto futu­ri­sti­co scrit­to mol­ti anni pri­ma ven­ne­ro appro­fon­di­ti e som­ma­ti a pro­se, poe­sie, can­zo­ni e memo­rie mai edi­te fino ad allo­ra. Gli ulti­mi echi futu­ri­sti tor­na­no anche sul­le tele. Negli anni set­tan­ta ope­re come Ritrat­to di Mari­net­ti, Sogno, Augu­ri Tut­to Nata­le, Mehe­naah!, sono infat­ti, nel com­ples­so, reso­con­to visi­vo del­le due fac­ce che carat­te­riz­za­ro­no l’ar­ti­sta per tut­ta la vita: l’ir­ri­ve­ren­te e stra­va­gan­te spe­ri­men­ta­to­re da una par­te e, dal­l’al­tra, l’in­na­to sen­ti­men­ta­li­sta, inna­mo­ra­to del mare, dei tra­mon­ti, del­la sal­se­di­ne e degli affet­ti uma­ni a cui mai vol­le rinunciare.
Fran­ce­sco Can­giul­lo morì il 22 luglio 1977 a Livor­no, al n. 6 di Piaz­za Modigliani.

La terrazza Mascagni

Terrazza Mascagni

- Lau­ra Giuliano -

Seb­be­ne la sto­ria del­la Ter­raz­za Masca­gni sia abba­stan­za recen­te (1928), risa­le inve­ce a mol­to più indie­tro nel tem­po la vicen­da dell’area su cui sorge. 
Sin dal ‘600 la zona oggi occu­pa­ta dal­la Ter­raz­za Masca­gni era nota come Spia­na­ta dei Caval­leg­ge­ri per la pre­sen­za di un for­ti­no uti­liz­za­to dal­le trup­pe a caval­lo che vigi­la­va­no la linea del­la costa da attac­chi pira­ti o dal­lo sbar­co di navi sospette.
La zona diven­te­rà, nell’epoca del­la Bel­le épo­que, luo­go ric­co di diver­ti­men­ti e attra­zio­ni per i livor­ne­si; risa­le ai pri­mi del 1900 la rea­liz­za­zio­ne dell’Eden mon­ta­gne Rus­se, un gran­de par­co dei diver­ti­men­ti attrez­za­to con gio­stre, risto­ran­ti, bir­re­rie, un cine­ma­to­gra­fo e un tea­tro dove si dava­no spet­ta­co­li di ogni genere.
In segui­to alla pri­ma guer­ra l’Eden Mon­ta­gne Rus­se scom­par­ve lascian­do spa­zio ad una colo­nia elio­te­ra­pi­ca. Sem­bra che già in que­gli anni fos­se in pro­get­to la rea­liz­za­zio­ne di un’ampia ter­raz­za a mare per pub­bli­co pas­seg­gio, effet­ti­va­men­te costrui­ta tra il 1925 e il 1926 ed inti­to­la­ta a Costan­zo Cia­no. Risa­le con ogni pro­ba­bi­li­tà al 1935 la costru­zio­ne del bel­lis­si­mo gaze­bo, un magni­fi­co pal­co per la musi­ca, rea­liz­za­to su pro­get­to dell’architetto Ven­tu­ri, anda­to com­ple­ta­men­te distrut­to duran­te l’ultima guer­ra. Dopo la sua com­ple­ta rico­stru­zio­ne la Ter­raz­za fu dedi­ca­ta al noto com­po­si­to­re livor­ne­se Pie­tro Masca­gni che è ricor­da­to in que­sta gran­de ope­ra anche nel per­cor­so stes­so dei giar­di­ni, che in un pun­to par­ti­co­la­re sem­bra­no addi­rit­tu­ra dise­gna­re la for­ma di un violino. 

Terrazza P. Mascagni e Albergo Palazzo
Ter­raz­za P. Masca­gni e Alber­go Palaz­zo, 1960 circa

Acque della Salute

Livorno - Acque della Salute

- Ire­ne Corsi -

Il 31 luglio 1904 con una sfar­zo­sa ceri­mo­nia a Livor­no fu inau­gu­ra­to lo sta­bi­li­men­to ter­ma­le det­to “Acque del­la salute”.
L’esistenza di acqua bene­fi­ca pres­so Livor­no era nota dal 1800: i livor­ne­si la uti­liz­za­va­no dif­fu­sa­men­te con­tro i mali allo sto­ma­co, ma il pro­prie­ta­rio del ter­re­no in cui sgor­ga­va la sor­gen­te, il par­ro­co di San Pie­tro e Pao­lo, deci­se nel 1856, di costrui­re intor­no ad essa una chio­sco otta­go­na­le, per limi­tar­ne l’uso.
Fu solo agli albo­ri del 20 sec. che il pro­fes­sor Gio­van Bat­ti­sta Quei­ro­lo dell’Università di Pisa, por­tò avan­ti stu­di scien­ti­fi­ci che ne veri­fi­cas­se­ro le pro­prie­tà tera­peu­ti­che. Il risul­ta­to posi­ti­vo atti­rò le atten­zio­ni dell’impresario geno­ve­se Zave­rio Audi­sio, che inve­stì cospi­cui capi­ta­li in una socie­tà che si occu­pò di rea­liz­za­re lo sta­bi­li­men­to termale.
Tale ope­ra­zio­ne svol­se un ruo­lo cen­tra­le per l’economia e lo svi­lup­po urba­no dei pri­mi decen­ni del Nove­cen­to, sti­mo­lan­do le attrat­ti­ve turi­sti­che nel set­to­re ter­ma­le, oltre a quel­lo balneare.
Le ter­me avreb­be­ro cap­ta­to cin­que sor­gen­ti: Sovra­na, Coral­lo, Val­le Cor­sia, Pre­zio­sa, Vittoria.
Il com­ples­so ter­ma­le com­po­sto da tre strut­tu­re col­le­ga­te da gal­le­rie coper­te, assu­me­va la con­fi­gu­ra­zio­ne di un’esedra, con­clu­sa ai lati estre­mi da due chio­schi ottagonali.
La pro­get­ta­zio­ne del com­ples­so fu affi­da­ta all’ingegner Ange­lo Bada­lo­ni, diret­to­re dell’Ufficio tec­ni­co del Comu­ne dal 1874. Auto­re di mae­sto­se strut­tu­re otto­cen­te­sche come le Scuo­le Miche­li e il Mer­ca­to Cen­tra­le, Bada­lo­ni sep­pe espri­me­re la matri­ce acca­de­mi­ca ed eclet­ti­ca con un sapien­te e moder­no aggior­na­men­to di tema­ti­che liber­ty, che rese­ro tale strut­tu­ra uno dei pri­mi esem­pla­ri ita­lia­ni di gusto liberty.

Biblio­gra­fia

  • Fran­ce­sca Cagia­nel­li; Dario Mat­teo­ni, Livor­no, la costru­zio­ne di un’immagine: tra­di­zio­ne e moder­ni­tà nel Nove­cen­to, Livor­no, Sil­va­na edi­to­ria­le, 2003.
Livorno - Stabilimenti Acque della Salute
Livor­no – Sta­bi­li­men­ti Acque del­la Salute

Cenni sulla tipografia a Livorno nel Settecento

Venezia, Livorno

- Giae­le Mulinari -

Nel 1754 la tipo­gra­fia di Anto­nio San­ti­ni e Com­pa­gni pub­bli­ca a Livor­no il Magaz­zi­no tosca­no d’instruzione e di pia­ce­re, un perio­di­co di dura­ta trien­na­le rea­liz­za­to sul model­lo del maga­zi­ne ingle­se e por­ta­vo­ce del­le ten­den­ze cul­tu­ra­li e poli­ti­che ita­lia­ne e euro­pee. Sul fron­te­spi­zio la mar­ca tipo­gra­fi­ca, cioè il dise­gno spes­so accom­pa­gna­to da un mot­to che lo stam­pa­to­re uti­liz­za­va per con­tras­se­gna­re i volu­mi pro­dot­ti, rap­pre­sen­ta per­fet­ta­men­te l’idea di una Livor­no ine­di­ta: sot­to la for­ti­fi­ca­zio­ne mura­ria e lo sguar­do di Fer­di­nan­do I° che si erge a monu­men­to sim­bo­lo del­la cit­tà, Pal­la­de e Mer­cu­rio atten­do­no in riva al mare una bar­ca che tra­spor­ta un cari­co di libri. La dea del­la sapien­za e del­le arti e il pro­tet­to­re dell’eloquenza e del com­mer­cio aspet­ta­no pazien­te­men­te a riva lo sbar­co di un nuo­vo sape­re, quel­la cul­tu­ra dei Lumi che di li a poco avreb­be fat­to di que­sta ter­ra medi­ter­ra­nea la sua più impor­tan­te fuci­na di diffusione. 
Nel con­te­sto di tol­le­ran­za e liber­tà favo­ri­te dal­la fine del Cin­que­cen­to con l’emanazione del­le Leg­gi Paten­ti, Livor­no diven­ta infat­ti nel Set­te­cen­to uno dei cen­tri più atti­vi nel­la pro­du­zio­ne del com­mer­cio libra­rio. D’altra par­te, affac­cia­ta sul mare, dota­ta di un por­to, cir­con­da­ta da vie flu­via­li che la col­le­ga­no ai cen­tri cul­tu­ra­li di Pisa e Firen­ze, la cit­tà è for­te­men­te age­vo­la­ta nel tra­sfor­ma­re il com­mer­cio dei libri nell’attività più ric­ca e fio­ren­te di que­gli anni. Inol­tre, la nuo­va Leg­ge sul­la Stam­pa ema­na­ta da Fran­ce­sco Ste­fa­no di Lore­na nel 1743 che san­ci­va al pote­re sta­ta­le la deci­sio­ne defi­ni­ti­va di cosa potes­se esse­re mes­so al tor­chio, sem­bra asse­con­da­re più che mai le intui­zio­ni dei mer­can­ti e degli arti­gia­ni labro­ni­ci che pre­sto dan­no vita ad una fit­ta rete di offi­ci­ne tipografiche. 
In cit­tà gli stam­pa­to­ri si tro­va­no ad ope­ra­re in con­di­zio­ni di estre­ma liber­tà a tal pun­to che qui si dif­fon­de il feno­me­no cono­sciu­to come stam­pa alla mac­chia con cui pub­bli­ca­re ope­re proi­bi­te altro­ve. Orfa­ne del nome dell’autore o pri­ve del­le indi­ca­zio­ni edi­to­ria­li, alcu­ne vedo­no la luce per la pri­ma vol­ta; altre diven­ta­no pro­ta­go­ni­ste di corag­gio­se ristampe. 
Emble­ma­ti­ci l’esempio del Dei delit­ti e del­le pene di Cesa­re Bec­ca­ria, la cui edi­tio prin­ceps vie­ne rea­liz­za­ta nel 1764 nel­la tipo­gra­fia di Mar­co Col­tel­li­ni allo­ra ope­ran­te nell’odierna Via Gran­de, e la ter­za edi­zio­ne dell’Ency­clo­pe­die di Dide­rot e D’Alembert, com­po­sta tra il 1770 e il 1779 dal­la stam­pe­ria omo­ni­ma, appo­si­ta­men­te costi­tui­ta­si in que­gli anni alla gui­da del pro­mo­to­re Giu­sep­pe Aubert. Ope­re sim­bo­lo dell’Illuminismo ita­lia­no e fran­ce­se rap­pre­sen­ta­no entram­be il valo­re degli edi­to­ri livor­ne­si nel­la capa­ci­tà di rea­liz­za­zio­ne di pro­get­ti rite­nu­ti impossibili. 
E se da una par­te il meri­to del trat­ta­to del gio­va­ne mar­che­se lom­bar­do è soprat­tut­to teo­ri­co e tale da por­ta­re il lun­gi­mi­ran­te gran­du­ca Pie­tro Leo­pol­do ad abo­li­re la pena di mor­te in Tosca­na il 30 novem­bre 1786, dall’altra si aggiun­ge anche quel­lo tec­ni­co, com­po­si­ti­vo e cal­co­gra­fi­co: com­po­sta di 33 volu­mi in folio, di cui 17 di testo, 11 di plan­ches e 5 di sup­ple­men­ti l’edizione livor­ne­se del dizio­na­rio del­le scien­ze, del­le arti e dei mestie­ri appa­re infat­ti come un’opera di altis­si­ma qua­li­tà dove l’eleganza dei carat­te­ri, l’armonia del­le inci­sio­ni e la com­po­stez­za del testo si accor­da­no per­fet­ta­men­te tra loro.

Magazzino toscano d'instruzione e di piacere

Le Ville suburbane a Livorno, originale tipologia edilizia

Villa Attias (Villa Bossio)

- Lau­ra Giuliano -

Nel con­te­sto gene­ra­le del­le tipo­lo­gie archi­tet­to­ni­che la Vil­la sto­ri­ca­men­te si svi­lup­pa in epo­ca rina­sci­men­ta­le con­te­stual­men­te alla risco­per­ta del­la natu­ra. In que­sto sen­so il model­lo del­la vil­la tosca­na, assai dif­fu­sa sui col­li fio­ren­ti­ni, si affer­ma come un pro­to­ti­po da emu­la­re con carat­te­ri­sti­che pre­ci­se e ben definite.
La vil­la è infat­ti di soli­to impo­sta­ta come una strut­tu­ra a bloc­co a pian­ta qua­dra­ta, con due pia­ni fuo­ri ter­ra ed un por­ti­co cen­tra­le rive­sti­to in bugna­to. Nel con­te­sto gene­ra­le del­le vil­le tosca­ne, Livor­no si pre­sen­ta come un caso uni­co e mol­to ori­gi­na­le pre­sen­tan­do una estre­ma varie­tà e ric­chez­za di tipo­lo­gie archi­tet­to­ni­che in vir­tù del­la diver­si­tà dei suoi paesaggi.
La vera moda del­la vil­la, inte­sa come resi­den­za signo­ri­le, per col­ti­va­re gli ozi, nasce a Livor­no con l’800 gra­zie allo svi­lup­po del­la cit­tà come capi­ta­le del­le bagna­tu­re esti­ve e all’iniziativa di fami­glie bene­stan­ti che comin­cia­no a spo­sta­re le resi­den­ze dal cen­tro ver­so la costa fino alle col­li­ne vicine.
Loca­li­tà come Mon­te­ne­ro, Mon­te­ro­ton­do, insie­me ai nuo­vi abi­ta­ti for­ma­ti­si lun­go il lito­ra­le tra Arden­za e Anti­gna­no, diven­go­no così luo­ghi pri­vi­le­gia­ti dove vive­re in sere­ni­tà ed armo­nia con la natu­ra e al tem­po stes­so fare sfog­gio del­le pro­prie ricchezze.
La testi­mo­nian­za più signi­fi­ca­ti­va di que­sto pri­mo svi­lup­po del­la “Vil­la livor­ne­se” si leg­ge diret­ta­men­te sul ter­ri­to­rio, lun­go la Via del­l’Am­bro­gia­na, che dal 1582 ha man­te­nu­to pres­so­ché inal­te­ra­to il suo per­cor­so. Le resi­den­ze signo­ri­li van­no ad inse­rir­si in que­sto tes­su­to già par­zial­men­te occu­pa­to da vil­le padro­na­li con ampi pode­ri, man­te­nen­do l’aspetto del­la casa padro­na­le di campagna.
Del tut­to nuo­va e diver­sa è inve­ce la “Vil­la al mare”, nata ad esclu­si­vo sco­po di vil­leg­gia­tu­ra per col­ti­va­re gli ozi esti­vi e la moda dei bagni. I carat­te­ri archi­tet­to­ni­ci che con­trad­di­stin­guo­no que­sta tipo­lo­gia edi­li­zia sono lega­ti alle pos­si­bi­li­tà offer­te dal­la natu­ra marit­ti­ma del luo­go su cui sor­go­no. Dal­la pro­prie­tà scom­pa­re qua­si del tut­to l’ar­chi­tet­tu­ra cam­pe­stre, tipi­ca del­la vil­la di cam­pa­gna, per lascia­re spa­zio ad ampie ter­raz­ze, pano­ra­mi­ci “bel­sòl” e ario­si giar­di­ni col­le­ga­ti spiag­get­te limi­tro­fe. La resi­den­za mari­na, pre­sen­ta così una strut­tu­ra più libe­ra ed aper­ta, in modo da garan­ti­re ai vil­leg­gian­ti il bene­fi­cio dell’aria sal­ma­stra, tipi­ca­men­te labronica.

Villa Mimbelli
Vil­la Mimbelli

Carlo Goldoni e Livorno

Livorno al tempo di Goldoni

- Valen­ti­na La Salvia -

La car­rie­ra di Car­lo Gol­do­ni rice­vet­te a Livor­no un impul­so signi­fi­ca­ti­vo, che deter­mi­nò il suo futu­ro come com­me­dio­gra­fo e padre del tea­tro moder­no: era il 1747, ed egli si recò nel­la cit­tà labro­ni­ca dal­la vici­na Pisa, dove da poco si era tra­sfe­ri­to per pro­fes­sa­re l’av­vo­ca­tu­ra. Il capo­co­mi­co Giro­la­mo Mede­bach lo ave­va invi­ta­to ad assi­ste­re alla mes­sa in sce­na di due del­le sue ope­re allo Stan­zo­ne del­le Com­me­die. Il tea­tro, situa­to die­tro piaz­za Colo­nel­la, nel­la zona del por­to, era già atti­vo dal­la metà del Sei­cen­to: con for­ma a “U” e tre ordi­ni di pal­chi sud­di­vi­si in 41 “stan­zi­ni”, fu il pri­mo tea­tro di Livor­no. L’e­ster­no era sem­pli­ce così come l’in­ter­no, il qua­le subì nel tem­po varie tra­sfor­ma­zio­ni, fino ad ave­re, nel 1758, 87 pal­chet­ti. Anda­ro­no in sce­na la Gri­sel­daLa Don­na di gar­bo; que­st’ul­ti­ma, scrit­ta nel 1742, ave­va debut­ta­to a Vene­zia. Pur non aven­do mai lascia­to il tea­tro, fu la visio­ne del­l’al­le­sti­men­to di que­ste sue ope­re e l’in­con­tro con Mede­bach, il qua­le gli offrì un con­trat­to come scrit­to­re del­la com­pa­gnia, a far sì che Gol­do­ni abban­do­nas­se l’av­vo­ca­tu­ra per dedi­car­si esclu­si­va­men­te al teatro. 
La com­pa­gnia si tra­sfe­rì sta­bil­men­te a Vene­zia, al tea­tro San­t’An­ge­lo, por­tan­do­si die­tro Gol­do­ni: fra il 1748 e il 1753 egli scris­se ben 8 com­me­die, tra le qua­li L’uo­mo pru­den­te, La vedo­va scal­traL’e­re­de for­tu­na­ta. La col­la­bo­ra­zio­ne con Mede­bach pro­se­guì anche nel­la fase matu­ra del­la sua pro­du­zio­ne che lo por­tò a rifor­ma­re il tea­tro a par­ti­re dal­l’o­pe­ra Il tea­tro comi­co.
Il ricor­do di Livor­no rima­se per Gol­do­ni inde­le­bi­le, come è scrit­to nel­la sua auto­bio­gra­fia Mémo­ries (1787). Quan­do com­po­se La bot­te­ga del caf­fè, nel 1750, era anco­ra viva in lui l’im­ma­gi­ne del­le bot­te­ghe di via Fer­di­nan­da. E La tri­lo­gia del­la Vil­leg­gia­tu­ra per il Tea­tro San Luca di Vene­zia, scel­se di ambien­tar­la a Livorno.
Non è un caso, dun­que che il più impor­tan­te tea­tro del­la cit­tà sia inti­to­la­to pro­prio a Car­lo Gol­do­ni, ma que­sta è un’al­tra storia.

  • Per rileg­ge­re La Tri­lo­gia del­la Vil­leg­gia­tu­ra:
    http://​www​.let​te​ra​tu​rai​ta​lia​na​.net/​p​d​f​/​V​o​l​u​m​e​_​7​/​t​1​7​6​.​pdf
Carlo Goldoni
Car­lo Goldoni

BIBLIOGRAFIA

  • Bur­dick, Il Tea­tro, Mon­da­do­ri 1978
  • Moli­na­ri Cesa­re, Il tea­tro: reper­to­rio dal­le ori­gi­ni a oggi, Mon­da­do­ri 1982
  • Erri­co C., Mon­ta­nel­li M., Impre­sa­ri, tea­tri e tea­tran­ti nel­la Livor­no medi­cea, Livor­no 2018
  • www​.trec​ca​ni​.it

Livorno e gli albori risorgimentali

Porta San Marco Livorno

- Ire­ne Corsi -

Uno degli impul­si che ha for­gia­to lo spi­ri­to demo­cra­ti­co e liber­ta­rio del popo­lo livor­ne­se è rap­pre­sen­ta­to dal­l’in­fluen­za dell’occupazione mili­ta­re fran­ce­se alla fine del XVIII sec.
Nono­stan­te il dan­no eco­no­mi­co, infat­ti l’occupazione fran­ce­se incon­trò il favo­re del­la comu­ni­tà israe­li­ti­ca che all’e­po­ca costi­tui­va il 10 per cen­to del­la popo­la­zio­ne livor­ne­se. I rap­por­ti tra i due sog­get­ti favo­ri­ro­no lo svi­lup­po di rela­zio­ni com­mer­cia­li van­tag­gio­se; gli israe­lia­ni pote­va­no usu­frui­re di alcu­ni nuo­vi dirit­ti civi­li qua­li la par­te­ci­pa­zio­ne al gover­no cit­ta­di­no e l’appartenenza alla Guar­dia Nazionale.
Tali rap­por­ti ami­che­vo­li aumen­ta­ro­no l’avversione anti­se­mi­ta in cer­ti stra­ti cat­to­li­ci, che acco­mu­na­va­no le qua­li­fi­che di “ebreo” e di “gia­co­bi­no” in un’unica deplorazione.
La per­ma­nen­za dei fran­ce­si pro­vo­cò lo svi­lup­po di un par­ti­to repub­bli­ca­no al qua­le ade­ri­ro­no, oltre agli israe­li­ti­ci, anche mol­ti cit­ta­di­ni di altre comu­ni­tà e del­la popo­la­zio­ne livornese.
L’istituzione del­la Muni­ci­pa­li­tà, orga­no di gover­no di cui ven­ne­ro chia­ma­ti a far par­te cit­ta­di­ni cat­to­li­ci ed israe­li­ti­ci, la divi­sio­ne ammi­ni­stra­ti­va del­la cit­tà in cin­que quar­tie­ri, la crea­zio­ne di un Cir­co­lo di istru­zio­ne pub­bli­ca, l’abolizione dei pri­vi­le­gi dei fac­chi­ni ber­ga­ma­schi e l’allargamento del dirit­to al lavo­ro dei por­tua­li livor­ne­si, furo­no i pri­mi ele­men­ti di tra­sfor­ma­zio­ne in sen­so democratico.
Gra­zie all’im­por­tan­za marit­ti­ma e stra­te­gi­ca del­la cit­tà di Livor­no intui­ta da Napo­leo­ne, il nuo­vo ordi­na­men­to ammi­ni­stra­ti­vo del­la Tosca­na com­por­tò la divi­sio­ne del ter­ri­to­rio in tre dipar­ti­men­ti: Firen­ze, Sie­na, Livor­no; dove quel­lo di Livor­no, “Medi­ter­ra­neo”, com­pren­de­va anche Pisa e Vol­ter­ra esten­den­do­si su qua­si tut­ta la fascia costiera.
Nel 1799, 2500 cit­ta­di­ni livor­ne­si segui­ro­no le trup­pe fran­ce­si in riti­ra­ta e i sol­da­ti austria­ci arre­sta­ro­no 352 cit­ta­di­ni livor­ne­si per “gia­co­bi­ni­smo”, tra cui lo stam­pa­to­re Tom­ma­so Masi, l’israelita Moi­sè Trion­fo e l’inglese Stuard.
Ma il ritor­no a Livor­no dei fran­ce­si tra il 1807 e il 1813 e l’aumento degli emi­gra­ti cor­si e fran­ce­si favo­rì lo svi­lup­po di socie­tà segre­te di ispi­ra­zio­ne buo­nar­ro­tia­na e san­si­mo­ni­na, che det­te­ro ali­men­to demo­cra­ti­co alla lot­ta risor­gi­men­ta­le, di cui uno dei prin­ci­pa­li frut­ti fu la nasci­ta del nuo­vo perio­di­co: L’Indicatore Livornese”.

Porta San Marco Livorno
Por­ta San Mar­co, Livor­no, Ita­ly. Wiki­me­dia, Author: Lucarelli

Lavandaie e Acquaiole, antichi mestieri dell’acqua

Giovanni Fattori - Acquaiole livornesi

- Fede­ri­ca Falchini -

Lavan­da­ie e acqua­io­le, due mestie­ri che le don­ne di Livor­no han­no svol­to per mol­tis­si­mo tem­po, dan­do un con­tri­bu­to fon­da­men­ta­le alla sana con­dot­ta quo­ti­dia­na lega­ta all’ac­qua, ele­men­to pri­ma­rio di benes­se­re, salu­te e igie­ne, soprat­tut­to in tem­po di epi­de­mie. Il loro lavo­ro umi­le non è mai pas­sa­to inos­ser­va­to, rima­nen­do impres­so nel­l’im­ma­gi­na­rio e per­si­no in qual­che locu­zio­ne lin­gui­sti­ca. Il det­to Viag­gio d’ac­qua indi­ca­va il tra­spor­to di bari­li del­la capa­ci­tà di 40 litri che dai car­ret­ti veni­va­no tra­spor­ta­ti a mano su per le sca­le o fino ai por­to­ni del­le case dal­le acqua­io­le, per por­ta­re acqua puli­ta nel­le case, pri­ve di ogni impian­to idri­co. Uno dei mestie­ri più fati­co­si tra quel­li fem­mi­ni­li, le acqua­io­le don­ne vigo­ro­se, riso­lu­te e spes­so ris­so­se che facil­men­te pote­va­no azzuf­far­si intor­no alle fon­ta­ne per que­stio­ni di pre­ce­den­za a col­pi di zoc­co­li e grida. 
Una bel­la inci­sio­ne otto­cen­te­sca ritrae un grup­po di don­ne acca­pi­glia­te intor­no al Monu­men­to a Fer­di­nan­do I, det­to dei Quat­tro Mori. Un altro mestie­re del­l’ac­qua era quel­lo del­le lavan­da­ie riser­va­to esclu­si­va­men­te alle don­ne, spes­so alle orfa­ne e tro­va­tel­le, asso­cia­to in mol­ti casi a quel­lo del­le leva­tri­ci. A Livor­no esi­ste­va­no 52 lava­toi pub­bli­ci, quel­li più noti, anda­ti distrut­ti nel­l’ul­ti­ma guer­ra, si tro­va­va­no nei pres­si del­la For­tez­za Nuo­va in una stra­da det­ta Via dei Lava­toi, così come nei pres­si del Cister­no­ne dove esi­ste anco­ra oggi il Vico­lo del­le Lavandaie.

Caffè Bardi

Caffè Bardi

- Valen­ti­na La Salvia -

«La gran sera era final­men­te venu­ta. Gli affre­schi del­le pare­ti e del­le vol­te nel Caf­fè era­no ormai com­piu­ti, i pan­nel­li era­no sta­ti attac­ca­ti, con le loro cor­ni­ci, ai pila­stri. Tut­to intor­no era un gran luc­ci­ca­re di ver­ni­ce fre­sca», così Etto­re Ser­ra descri­ve l’i­nau­gu­ra­zio­ne, nel 1911, del­la sala del Caf­fè Bar­di con le ope­re degli arti­sti del “can­tuc­cio di sini­stra”: Romi­ti, Nata­li, Ben­ve­nu­ti, Miche­loz­zi, Mario Puc­ci­ni, Gasto­ne Raz­za­gu­ta, tra­sfor­ma­ro­no la sala del Caf­fè Bar­di in una espo­si­zio­ne per­ma­nen­te di arte labro­ni­ca, il mani­fe­sto arti­sti­co dei suc­ces­so­ri di Gio­van­ni Fat­to­ri. Nel Palaz­zo Tad­deo­li all’an­go­lo fra via Cai­ro­li e via Cavour, già di pastic­ce­ri sviz­ze­ri, il loca­le, rile­va­to nel 1908 da Ugo Bar­di, fu ritro­vo per arti­sti e letterati. 
A pochi pas­si dal­la “spal­let­ta” dei Fos­si dove gli arti­sti ama­va­no sosta­re, diven­ne un vero e pro­prio por­to di mare dove non era raro incon­tra­re il com­po­si­to­re Pie­tro Masca­gni, il com­me­dio­gra­fo Dario Nic­co­de­mi o Ame­deo Modi­glia­ni. In que­sto loca­le nac­que il dibat­ti­to sugli svi­lup­pi cul­tu­ra­li del­la cit­tà: dal pro­get­to di una Casa del­l’Ar­te con sede al Cister­ni­no, alla gui­da di Livor­no, alla reda­zio­ne del­la rivi­sta esti­va “Nien­te Dazio?”. 
Quan­do, nel 1920, morì Mario Puc­ci­ni gli arti­sti del­la bran­ca si mobi­li­ta­ro­no per chie­de­re l’i­nu­ma­zio­ne nel Fame­dio di Mon­te­ne­ro per colui che con­si­de­ra­va­no il vero ere­de di Fat­to­ri, e, scon­tran­do­si con gli altri com­po­nen­ti del­la Fede­ra­zio­ne Arti­sti­ca Livor­ne­se, si costi­tui­ro­no in un grup­po: il tem­po del Caf­fè Bar­di vol­ge­va a ter­mi­ne ma una nuo­va sta­gio­ne arti­sti­ca si apri­va con il Grup­po Labro­ni­co, fon­da­to dai “puc­ci­nia­ni” il 15 luglio 1920. Nel 1921 il palaz­zo del Caf­fè Bar­di ven­ne acqui­sta­to dal Ban­co di Roma, il loca­le chiu­se per sem­pre e tut­ti gli arre­di e gli ogget­ti arti­sti­ci furo­no ven­du­ti all’asta.

BIBLIOGRAFIA

  • Ser­ra Etto­re, Vita di gio­vi­ne arti­sta, Livor­no : Bel­for­te, 1913 
  • Raz­za­gu­ta Gasto­ne, Vir­tù degli arti­sti labro­ni­ci, Soc. Ed. Tir­re­na, Livor­no 1943
  • Lloyd Llewe­lyn, Tem­pi Anda­ti, Val­lec­chi, Firen­ze 1951
  • Pier­leo­ni Miche­le, Mario Puc­ci­ni al Caf­fè Bar­di, incon­tri arti­sti­ci e cul­tu­ra­li nel­la Livor­no di ini­zio Nove­cen­to, in Il Caf­fè Bar­di di Livor­no (1909 – 1921) le arti all’in­con­tro, Ban­dec­chi e Vival­di, Pon­te­de­ra 2008
Benvenuti, Disegno, Caffè Bardi
Caf­fè Bar­di, Dise­gno di Ben­ve­nu­to Ben­ve­nu­ti, 1912

La Torre del Marzocco

La Torre del Marzocco

- Vale­ria Venuti -

La sto­ria del­la Tor­re Nuo­va, det­ta poi del Mar­zoc­co, ci por­ta indie­tro nel tem­po fino al XV seco­lo, a quan­do la costa labro­ni­ca era sce­na­rio di bat­ta­glie e l’antico Por­to Pisa­no – con­te­so per la sua stra­te­gi­ca posi­zio­ne – si sta­va ormai interrando.
Fu edi­fi­ca­ta dal­la Repub­bli­ca fio­ren­ti­na dopo che que­sta ave­va acqui­sta­to Livor­no dai geno­ve­si, deten­to­ri del pote­re sul por­to tosca­no dal 1407 fino al 1421. Costrui­ta sui resti dell’antica Tor­re Ros­sa, si sup­po­ne che il pro­get­to appar­te­nes­se al cele­bre scul­to­re e archi­tet­to Loren­zo Ghi­ber­ti secon­do la testi­mo­nian­za ripor­ta­ta da G. T. Toz­zet­ti, il qua­le tro­va somi­glian­ze tra un dise­gno del Ghi­ber­ti e il Mar­zoc­co. Anche se la pater­ni­tà del pro­get­to non è con­fer­ma­ta, resta affa­sci­nan­te il suo for­te lega­me con la cele­bre Tor­re dei Ven­ti di Ate­ne. Evi­den­ti sono le ana­lo­gie con la tor­re ate­nie­se: entram­be a pian­ta otta­go­na­le rive­sti­te di mar­mo bian­co pre­sen­ta­no sul­le otto fac­ce mar­mo­ree i ven­ti scol­pi­ti in bas­so­ri­lie­vo, for­man­do un bel­lis­si­mo fre­gio, men­tre in cima alla cuspi­de era fis­sa­ta una ban­de­ruo­la che ruo­ta­va in base al ven­to. Il nome Mar­zoc­co deri­va pro­prio dal­la for­ma del­la sua anti­ca ban­de­ruo­la: un leo­ne ram­pan­te di rame dora­to, per­du­to nel 1737 a cau­sa di un fulmine.
Oggi la tor­re non è visi­ta­bi­le al suo inter­no ed è inglo­ba­ta nel com­ples­so del por­to indu­stria­le, ma la sua impo­nen­te bel­lez­za vie­ne cita­ta da mol­ti cro­ni­sti ed elo­gia­ta da sem­pre come uno tra i monu­men­ti sim­bo­lo del­la cit­tà labronica.

BIBLIOGRAFIA

  • G. Tar­gio­ni Toz­zet­ti, Rela­zio­ne di alcu­ni viag­gi fat­ti in diver­se par­ti del­la Tosca­na, Firen­ze 1751
  • Fran­ce­sco Guic­ciar­di­ni, Isto­ria d’Italia di Fran­ce­sco Guic­ciar­di­ni, Firen­ze 1803
  • Ema­nue­le Repet­ti, Dizio­na­rio geo­gra­fi­co fisi­co sto­ri­co del­la Tosca­na, 1841

La Birra Peroni. Quaranta anni di storia a Livorno

Birra Livorno De Giacomi

- Lau­ra Giuliano -

Alla fine dell’800 in Ita­lia, il mestie­re di bir­ra­io era svol­to da pochis­si­mi impren­di­to­ri vista la domi­nan­te cul­tu­ra vini­co­la. Anco­ra di più lo era in regio­ni come il Pie­mon­te, patria di vini pre­gia­ti. For­se que­sto fu il moti­vo che indus­se il gio­va­ne Giu­sep­pe De Gia­co­mi a tra­sfe­rir­si a Livor­no e rile­va­re, nel 1892, la vec­chia Bir­re­ria Kief­fer. A quel­la data si trat­ta­va di un pic­co­lo labo­ra­to­rio arti­gia­no con annes­so loca­le per il con­su­mo posto nel qua­dri­la­te­ro for­ma­to dal­la Via Men­ta­na, Via de Lar­da­rel, Via Spro­ni e Via Chiel­li­ni. Da qui ha ini­zio la sto­ria del­la fab­bri­ca di Bir­ra De Gia­co­mi che ebbe un gran­de svi­lup­po fino al 1939, anno in cui l’intero com­ples­so fu acqui­si­to dal­la Socie­tà Bir­ra Peroni. 
Per la pro­du­zio­ne del­la bir­ra si uti­liz­za­va l’acqua che si tro­va­va in abbon­dan­za pro­prio sot­to lo sta­bi­li­men­to, cana­liz­zan­do­la diret­ta­men­te dal­la sor­gen­te agli impian­ti produttivi. 
Gli anni del­la guer­ra si abbat­te­ro­no sugli impian­ti in manie­ra deva­stan­te dan­neg­gian­do gli edi­fi­ci pro­dut­ti­vi che furo­no rico­strui­ti e amplia­ti ripren­den­do la cor­sa pro­dut­ti­va fino a rag­giun­ge­re i 70.000 etto­li­tri nel 1963. L’emergere di sta­bi­li­men­ti più all’a­van­guar­dia e l’ubicazione dell’impianto nel cen­tro cit­tà uni­ta­men­te all’im­pos­si­bi­li­tà di poter amplia­re le uni­tà pro­dut­ti­ve deter­mi­nò il len­to decli­no del­la Bir­re­ria livor­ne­se, che chiu­se i bat­ten­ti nel 1979, lascian­do un segno for­te e inde­le­bi­le nel­la sto­ria e nel­la cul­tu­ra del­la città.

Stabilimento Birra De Giacomi Reparto imbottigliamento
Sta­bi­li­men­to Bir­ra De Gia­co­mi Repar­to imbottigliamento

Carnevale livornese

- Ambra Fiorini -

Nei seco­li pas­sa­ti, Livor­no è sta­ta luo­go di rac­col­ta e resi­den­za di per­so­ne pro­ve­nien­ti da diver­se nazio­ni ed è pro­prio qui che una festa mol­to sen­ti­ta come il Car­ne­va­le ha assun­to un aspet­to del tut­to pecu­lia­re. I festeg­gia­men­ti coin­vol­ge­va­no prin­ci­pal­men­te le clas­si socia­li di ceto medio bas­so oltre che gli equi­pag­gi del­le navi stra­nie­re che, pro­prio nel perio­do car­ne­va­le­sco, arri­va­va­no nume­ro­se in por­to. Qua­lun­que gior­no e qual­sia­si not­te diven­ta­va­no un’occasione per festeg­gia­re con bal­li, dan­ze, gio­chi e rap­pre­sen­ta­zio­ni tea­tra­li; men­tre i ban­chet­ti si tra­sfor­ma­va­no in un vero e pro­prio rito col­let­ti­vo, al pun­to che cibo e man­gia­te costi­tui­va­no l’elemento fon­dan­te del Car­ne­va­le livornese. 
In que­sti gior­ni di festa le masche­re imper­ver­sa­va­no: paro­die di per­so­nag­gi illu­stri, imi­ta­zio­ni di famo­si poe­ti e masche­re col­let­ti­ve oltre quel­le carat­te­ri­sti­che del­la cit­tà come “la divi­ni­tà mari­na”, “la puce” o “i mori”.
La più anti­ca e carat­te­ri­sti­ca masche­ra cit­ta­di­na era pro­ba­bil­men­te quel­la del pesca­to­re chia­ma­to dai livor­ne­si “Man­gia uno-man­gia due”. I suoi attri­bu­ti era­no un cami­ciot­to cor­to, mar­ro­ne e arruf­fa­to, un cap­puc­cio appun­ti­to e una can­na da pesca alla qua­le veni­va­no appe­se del­le roschet­te a mo’ di esca: le per­so­ne dove­va­no ten­ta­re di rubar­le al pesca­to­re sen­za usa­re le mani, affer­ran­do­le con la boc­ca come fan­no i pesci. 
Duran­te i cor­si masche­ra­ti dei car­ri, che si svol­ge­va­no nel­la via Gran­de, il popo­lo si cimen­ta­va nel­la dif­fu­sa pra­ti­ca del lan­cio dei con­fet­ti. Ma se in altre cit­tà si era soli­ti usa­re con­fet­ti di ges­so o pisel­li, nel­la ric­ca Livor­no le pra­li­ne era­no pro­prio di zuc­che­ro: un segno di abbon­dan­za e, al tem­po stes­so, di appro­va­zio­ne tan­gi­bi­le ver­so la rap­pre­sen­ta­zio­ne carnevalesca. 
Pur­trop­po la cri­si che inve­stì tut­ta la cit­tà alla fine del XIX seco­lo non rispar­miò nem­me­no il rumo­ro­so car­ne­va­le livor­ne­se che pro­gres­si­va­men­te andò ridi­men­sio­nan­do­si fino a diven­ta­re, nel cor­so del ‘900, sol­tan­to un lon­ta­no ricordo.

Percy Bysshe Shelley: un grande poeta inglese a Livorno

Villa Valsovano

- Miche­la Vianelli -

Per­cy Bys­she Shel­ley (1792 – 1822) tra i più cele­bri poe­ti ingle­si e liri­ci roman­ti­ci, scel­se di tra­scor­re­re mol­ta par­te del­la sua vita in Ita­lia, in par­ti­co­la­re a Napo­li, Pisa e Livor­no dove sog­gior­nò ben tre vol­te tra cui anche nel 1822, anno del­la sua tra­gi­ca mor­te in mare. 
Shel­ley intra­pre­se un grand tour in Ita­lia dal 1818 che lo con­dus­se fino alla nostra cit­tà, in com­pa­gnia del­le secon­da moglie Mary Woll­sto­ne­craft God­win. In que­gli anni mol­ti intel­let­tua­li si fer­ma­va­no a Livor­no: qui risie­de­va una vasta comu­ni­tà di Ingle­si, mem­bri del­la Bri­tish Fac­to­ry e si pote­va­no tro­va­re aria buo­na e libri a volon­tà. Come sot­to­li­nea la con­tes­sa di Bles­sing­ton, ami­ca di Lord Byron “la pos­si­bi­li­tà di rice­ve­re libri e altri gene­ri di con­for­to dall’Inghilterra, attra­ver­so Livor­no, che è un por­to fran­co, la rac­co­man­da mol­tis­si­mo”.
Gli Shel­ley giun­se­ro per la pri­ma vol­ta a Livor­no il 10 mag­gio 1818 e la pri­ma impres­sio­ne che il poe­ta ebbe del­la nostra cit­tà non fu del­le miglio­ri; egli infat­ti cer­ca­va un luo­go dove poter tro­va­re quie­te e soli­tu­di­ne che si adat­tas­se­ro al suo spi­ri­to sogna­to­re, e il chias­so di quel­lo che al tem­po era un fio­ren­te por­to in cui fer­ve­va l’attività com­mer­cia­le e marit­ti­ma cer­to non lo accon­ten­tò. Eppu­re qual­co­sa in lui lo por­tò a legar­si nel pro­fon­do con la cit­tà. Nel­la metà di giu­gno del 1819, dopo aver sog­gior­na­to all’Aquila Nera, rino­ma­to alber­go dell’epoca lun­go gli sca­li d’Azeglio, gli Shel­ley si tra­sfe­ri­ro­no a Vil­la Val­so­va­no, situa­ta in un pode­re in Via Val­so­va­no (attua­le Via del Fagia­no). Nel­la vil­la il poe­ta ave­va tro­va­to il rifu­gio idea­le dal­la qua­le dice­va di poter vede­re, da un lato il mare con le sue iso­le Gor­go­na, Capra­ia, Elba e Cor­si­ca, dal­l’al­tro lato gli Appen­ni­ni; com­po­se qui la tra­ge­dia “The Cenci”. 
Fu pro­prio in que­sto sog­gior­no che Shel­ley comin­ciò ad ama­re la bel­lez­za del­la natu­ra livor­ne­se che cele­brò suc­ces­si­va­men­te nell’ode “To a Sky­lark”.
Nel 1822 dopo una per­ma­nen­za di tre gior­ni nel­la nostra cit­tà, duran­te una tra­ver­sa­ta in mare, la bar­ca dove viag­gia­va fu tra­vol­ta da una tem­pe­sta e Shel­ley per­se la vita. Il suo cor­po fu ritro­va­to 10 gior­ni dopo a Via­reg­gio. Per un’ironica coin­ci­den­za, sul­la spiag­gia di Via­reg­gio, insie­me al suo cor­po, fu ritro­va­to il suo ulti­mo poe­ma “The Trium­ph of Life” (Il Trion­fo del­la Vita) scrit­to pro­prio sul­la bar­ca che lo por­tò alla mor­te. Shel­ley è cele­bre per aver scrit­to ope­re da anto­lo­gia qua­li “Ozy­man­dias”, “l’O­de al ven­to occi­den­ta­le”, “A un’al­lo­do­la”, e “La masche­ra del­l’a­nar­chia”, ma quel­li che ven­go­no con­si­de­ra­ti i suoi capo­la­vo­ri furo­no i poe­mi nar­ra­ti­vi come il “Pro­me­teo libe­ra­to” e “l’A­do­nais”.